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...di Fabio Baldrati: un mondo piccolo (e rotondo)
Postato il Domenica, 25 luglio di racconti

le storie vissute dai guzzisti un mondo piccolo (e rotondo)
di Fabio Baldrati

Non è cattivo, ma è l’uomo più vicino alla bestia che io abbia mai visto”

Tenente Jonh Dumbar  (dal film “balla coi lupi”)

Era più stupido che cattivo; ma cattivo lo era. Evito di accostare il soggetto alla “bestia” per rispetto verso gli animali. Non c’è paragone con l’accompagnatore del tenente Jonh Dumbar nella prateria, il tipo era effettivamente vicino alla “bestia” e nemico giurato del sapone, però era di indole buona.
Il mondo è piccolo, rotondo e affollato: giri su una palla chiamata mondo in cui sempre,  puntuale come una tassa, e sempre troppo presto, ti imbatti in chi speravi di non vedere più. E invece…guarda un po? Chi ti ritrovo? “e paracàr”! (in romagnolo significa “il paracarri”).
Avete mai conosciuto un individuo sensibile, espressivo, acculturato, garbato come….un paracarri? Probabilmente sì, perché questi “campioni” sono debordanti dal polo-nord al polo-sud della “palla-mondo”. Se poi ne avete sopportato rozzezza e atteggiamenti prepotenti….allora ne avrete pure un ricordo rancoroso. Grazie a Dio scampai a certe sue angherie….anzi no, Dio non c’entra nulla: un pesante scarpone sì. Ma tanti poveri ragazzi più deboli li ricordo con un velo di amarezza; quel giorno sul passo della Cisa rivedevo le loro facce impaurite, sembravano “il grido” di Munch, quindici anni dopo sentivo le loro voci: daiiiiii….presentagli il “conto” a quel bastardo. Eh sì, dovevo infliggergli qualcosa di esemplare, non mi sarei sopportato se ci avessi messo la solita “pietra sopra”. Perché quando ci vuole ci vuole! Il mondo piccolo & rotondo mi aveva presentato un’occasione: far pagare a quell’orango-tango  un po di “giustizia”, e quelli come lui pagano così raramente… . Mi venne un’idea da vendicatore raffinato. Lo rifarei? Oh….eccome! I prepotenti mi hanno sempre dato sui nervi.

+  +  +  +  +

Cosa c’entra la moto con il servizio militare? Nulla, semplicemente un bel giorno ho rivisto “e paracàr” durante uno dei miei giri-in-giro motociclanti; nel contesto della moto gli ho presentato il “conto”: credo inadeguato, in compenso abbastanza affilato. Quando senti di essere nel giusto la vendetta ha un sapore dolce, e non ingrassa.

UN MESE SU 12
Devo spendere più di una riga per spiegare un po di precedenti.
Ho sostenuto il servizio-militare nel 1981nei pressi di Verona, nel Genio. Di quei 12 mesi ne getterei 11 alle ortiche senza rimpianti. Un mese invece….fu proprio bello: il “campo d’arma” in riva all’Adige per la costruzione di un ponte galleggiante sul fiume. Era febbraio, faceva molto freddo, di notte si dormiva in tenda con sacchi a pelo di piumino d’oca. Quando non si costruiva il ponte si andava al poligono di tiro. Un periodo in cui si forgiarono forti amicizie, insomma una bella esperienza. Se tutto il “militare” fosse stato così ne avrei promosso l’istituto a pieni voti.
In quella caserma c’erano seicento giovani di ogni estrazione sociale provenienti dal Trentino alla Calabria; questo mi ha fatto capire quanto sia complicata un’Italia costituita da un coacervo di culture diversissime nella concezione di “tutto”. Non c’è un popolo italiano: ne esistono trenta. Questo paese soffrirà sempre un deficit di “identità nazionale”, e sempre governi di ogni colore patiranno le fatiche di Ercole per governarlo decentemente bene.
La “leva obbligatoria” non esiste più da anni: questo nel bene (un mese su 12) e nel male (….i restanti 11). Oggi certi giovani particolarmente timidoni non patiscono alcuna “scossa” benefica, non imparano a cavarsela da soli lontani da casa (….senza mammà a sistemargli calzini e nastrini). Però scampano a quel piccolo-grande inferno di frustrazione, e rovina persone, che fù il “nonnismo” nelle caserme.
Dio….che squallore.

LA CATTIVERIA DEL NONNO
I “nonni”, così si chiamavano i prossimi al congedo, infliggevano alle reclute mille umiliazioni, scherzi pesanti e angherie: gavettoni d’acqua fredda in piena notte, schiuma da barba mista a lucido da scarpe nel sonno, marcette in camerata nudi come vermi con gli “anfibi” ai piedi, l’elmetto e una ramazza come puerile fucile. Ogni sera “dovevi” fare la branda al “nonno” (“la vecchia è stanca”), poi il mattino seguente, dopo i suoi comodi, ripiegare il materasso all’insù: “il cubo”. Se osavi dire “no” ti toccava il “jubox”: rinchiuso in un armadietto metallico a cantare una filastrocca con i pugni sulle pareti sferrati dai commilitoni (….ne uscivi rintronato e sconvolto); oppure decine di flessioni sulle braccia col tallone del “nonno” sulla schiena. Il resto della camerata? Zitti e mosca, solo gli sghignazzi della “vecchia” scandivano quello squallore indefinibile. Ufficiali e Sottufficiali? Mai presenti in camerata dopo le 20.00, mai visti alzare una virgola. Il “nonnismo” è stato un fenomeno vergognoso risaputo e taciuto.
Buon Dio….quante porcherie ho visto infliggere a tanti ragazzi colpevoli solamente di essere deboli: si defilavano nei bagni e piangevano di rabbia, perché si piange anche di rabbia, tiravano pugni sui muri fino a sanguinare con le nocche. Il “nonnismo” era una dittatura, una perversione ereditaria che forgiava le vittime a diventare futuri fustigatori delle medesime angherie quando diventavano “nonni”. Una perversione che si rinnovava anno dopo anno: così da sempre e per sempre.
Quando diventai “nonno” nel mio segmento di camerata questo schifo si fermò, nel mio piccolo troncai questa odiosa “eredità”. Altri amici di “pari-anzianità” fecero lo stesso. Poche gocce nel mare.

L’IRA DELL’UOMO TRANQUILLO
In camerata ci stavo pochissimo e cercavo di “apparire” il meno possibile: se non sei visibile, non sei pensabile. Funzionava: vivevo tranquillo. Ma in camerata prima o poi dovevo andarci, e una sera dopo la “libera uscita” (erano usciti quasi tutti) arrivò il mio turno: lo aspettavo, ero preparato, anzi deciso. Forse sarei finito in infermeria, sicuramente NON dentro il “jubox” e neppure nei bagni a piangere. Eh NO. Se c’è una cosa che non sopporto sono i prepotenti che infieriscono sui deboli. Bè, io non ero debole, anzi ben piantato e con le spalle robuste.
Il “mio nonno” era il peggiore di tutti: un vero bastardo figlio di buona donna addirittura inviso ai suoi  bei “colleghi”. Non ricordo se proveniva da Piacenza oppure da Cremona. Era un armadio: alto due metri, il collo più largo degli orecchi, l’attaccatura dei capelli due dita sopra gli occhi bovini….forse un residuo neanderthalliano. Era stupido, rozzo e pure cattivo: un mix diabolico. Un tipo così andava “riformato” solo per stupidità galoppante. Il paragone con un paracarri mi sembrò calzante, così lo battezzai “e paracàr”, appunto. Andava sempre in giro con due scagnozzi dal fisico esile succubi di lui: “Gianni e Pinotto”.

+ + + + + +

Lo vedo arrivare nel corridoio fra i “castelli” delle brande, cammina dondolante con le manone penzolanti, come al solito; dietro di lui Gianni e Pinotto, come al solito. Viene da me, lo so, faccio finta di nulla. Fra le brande a “castello” sono visibile solo dal petto in sù, non è comprensibile ciò che sto armeggiando: prendo un “anfibio” del “Bepi” (porta il 46!) e lo impugno saldamente nel tacco.
Ueeeeee….! Romagnaaaaaa….!”. Si piazza davanti a una distanza di circa due metri, mi giunge la sua puzza. Le zampe sui fianchi alla maniera di un “matrone”, la tuta mimetica orlata di sudore, rumina “cicca” con mascella da cammello, Gianni e Pinotto sghignazzano alla sua sinistra. Fra me e loro la branda a “castello”, un lembo di corridoio, dietro alla sua nuca l’armadietto metallico.
Stai pronto che dopo tocca a te…preparati con la ramazza e…..
TUUUNF!
Nell’armadietto alle sue spalle una visibile “conca”, sul pavimento lo scarpone n°46 del “Bepi”. Gianni e Pinotto sono rannicchiati con le mani sulla testa, lo scimmione è paonazzo in faccia, balbetta e sputacchia qualcosa: “bbbbb…uuu…”. E’ idiota, ma l’istinto vale per tutti: capisce che ho mirato due centimetri oltre il suo orecchio, capisce che la prossima volta gli centrerò il testone, capisce che lo avrei fatto secco. Il tonfo nella lamiera dell’armadietto gli ha tramortito l’udito, nella “valle dell’eco” che è la sua testa vaga un ronzio sordo. Gli “anfibi” del Genio-militare sono più pesanti per ragioni di “cantiere”; sì…lo avrei accoppato.
Come dice un vecchio proverbio: “bisogna temere l’ira dell’uomo tranquillo”. Soprattutto di un tranquillo che centellina le parole:

“PRIMA REGOLA: NON MI ROMPERE IL CAZZO!”.
“SECONDA REGOLA: TIENILO A MENTE!”.
“TERZA REGOLA: RACCOGLI I TUOI STRACCETTI E FILA VIA”.

Lo scimmione cominciò dalla terza regola: filò via irsuto e muto con Gianni e Pinotto al seguito, ‘stavolta non come al solito. Poi osservò anche la prima e la seconda regola (mi è sempre ronzato alla larga). I prepotenti sono quasi sempre dei vigliacchi, è importante “colpire” per primi e duramente. Guai a te se ti mostri debole oppure indeciso. La sera seguente ero di guardia ai “CM” (camion militari) e quel bastardo prese di mira un ragazzo appena arrivato, si sfogò su di lui: gli inflisse di tutto, se non lo fermavano gli altri “nonni” sarebbe finita in tragedia. Poi finalmente si congedò nel sollievo generale, mentre Gianni e Pinotto rimasti senza “protettore” subirono secchiate d’acqua e “torte” di dentifricio tre notti a settimana (i nuovi “nonni”).

LIBERTA’ IN APPENNINO
Bè, almeno una cosa il servizio-militare la insegna: il valore della Libertà, ti accorgi di “lei” solamente quando viene a mancare, come l’ossigeno. Tutti dovrebbero provare cosa significa, così….per una presa di coscienza.
Finalmente raggiunto l’agognato congedo saltai sulla moto, allora avevo la 1000 SP, caricai tenda e sacco a pelo sul portapacchi e me ne andai in Libertà, la libertà ritrovata, attraverso l’arco appenninico. Una settimana vagabonda senza orologio e programmi definiti. Dall’appennino tosco-romagnolo  a quello tosco-emiliano, tutti i passi frequentati dai “popoli” motociclanti: il Muraglione, la Campigna, i Mandrioli, la Consuma, la Futa, l’Abetone, la Cisa, il Cerreto….ho perso il conto. In una settimana tutto quello che c’è fra le “alture” di Forlì e Piacenza, neppure un chilometro d’autostrada.
Negli anni a seguire altre volte ho ripetuto la “Settimana-Forlì-Piacenza”: paesaggi incredibilmente belli e garbati, strade ombrose senza traffico, solo i motociclisti (tanti, con qualche idiota di troppo….) sempre puntuali sui passi a ridosso della Toscana. Amico mio, se ti piace andare in moto, e ti piace davvero, questo “pezzo” d’Italia resta il più bell’itinerario su questa “palla” piccola e rotonda. Dai retta a me: stacca la spina e prenditi una settimana, vivila con la tua moto senza orologio, infischiatene delle carte stradali, segui i cartelli e il tuo istinto. Il “navigatore”? Boh….nemmeno so cos’è, non capisco come si possa andare in moto consultando un ennesimo “video”: pure in moto?! Non ve ne sono già abbastanza nel nostro vivere?
Rhurhurhurhurhu….sempre lui, tanto caro, con i coperchi argentati davanti alle ginocchia. Il pulsare del bicilindrico è il solito insuperabile compagnone: un pulsare civile, sornione ma niente affatto pigrone; fra le curve è sempre splendido. Niente di meglio per stare in moto da mattina a sera su strade boscose, ombrose, tortuose, montagnose.
 


Allora avevo la 1000 SP

 

Caricai tenda e sacco a pelo sul

portapacchi e me ne andai in Libertà

 

Sempre puntuale sui passi appenninici il

“popolo motociclante”.

E’ sempre un’emozione.

 
 

 

 

Paesaggi belli e garbati, strade ombrose oppure “aperte” con scarso traffico.

Amico mio, se ti piace andare in moto, e ti piace davvero,

questo “pezzo” d’Italia resta il più bello….

 

Morbidezza d’appennino

(ottobre fra Romagna e Toscana)

Fra curve e tornanti puoi vederli nel primo mattino

oppure verso sera

(….con un po di fortuna e un “occhio” pronto)

 

Una moto fra i boschi


NEGLI ARMADI DELLE FOLLIE
Al mattino presto, oppure al tramonto, puoi ritrovarti qualche capriolo davanti al manubrio fra curve e tornanti, oppure sono al pascolo sui prati ai margini dei boschi. Nei primi anni 90 sono state istituite alcune riserve naturali nelle zone più suggestive, viste sulla carta-regionale sono macchie a scacchiera sempre troppo piccole, comunque hanno favorito un minimo di protezione per fauna e flora. Dipendesse da me troverebbe istituzione il “Gran-Parco-Nazionale-Appenninico” dal forlivese al piacentino (e oltre) per riportare ovunque il lupo, l’orso, il cervo, il camoscio, l’aquila. Perché questo dovrebbe essere il nostro futuro: la tutela del paesaggio, il quale potrebbe diventare il nostro “petrolio”. E invece….covano progetti che andrebbero rinchiusi negli armadi delle follie assieme ai loro folli “appaltatori”. Torri eoliche alte 130 metri: mostri rotanti per un saccheggio di boschi e panorami ancora bellissimi. Impianti eolici in un paese privo di vento, e sugli appennini! Qualcuno fermi questa follia; vile è chi tace. L’Italia non è la patria di Eolo. Se non le usiamo con intelligenza, queste “fonti rinnovabili”, diventeranno una sciagura per i nostri paesaggi, altro che “green energy”! Mentre se lasciamo carta bianca a certi speculatori….ne faranno un “rinnovabile” saccheggio del territorio.
Mah….questo paese ha smarrito il senno, nessuno saccheggia il proprio “petrolio” come stiamo facendo noi. Urbanizzazioni incoscienti, la (s)vendita del territorio (il Demanio), ovunque spuntano transenne rosse per prossime costruzioni di cui non c’è bisogno (pura speculazione); adesso con questa “rinnovabile” furbata: povero “belpaese”. In ogni occasione denuncio il costante abbrutimento dell’Italia: mi sento solo come un derviscio nel deserto, non starò MAI zitto per quel “niente” che serve. Eppure è il nostro paese. E’ il tuo paese, amico mio,…..è-il-tuo-paese. Se lo lascerai ai “furbetti del quartierino” dovrai sopportare te stesso allo specchio, domani.
(Piccola postilla: nell’ultima dichiarazione dei redditi ho devoluto il mio “5x1000” al FAI: fondo-ambiente-italiano. Una goccia nel mare, ma sono tante gocce a fare il mare….).
Per conoscere alcune verità (relegate nel silenzio): www.viadalvento.org.
Per riflettere sul “sacco d’Italia”:
www.italianostra.it , www.patrimoniosos.it, www.fondoambiente.it

Dovrebbe essere il nostro futuro: tutelare il

“belpaese”, il nostro paesaggio,

il nostro “petrolio”. E invece….

 

….urbanizzazioni incoscienti e

diffuse: chi rilascia questi permessi??

 

 

Zona del passo del Muraglione (Forlì-Cesena): itinerario tanto caro a molti di noi. Monte Peschiera:

qui sono in progetto 14 torrioni rotanti alti 130 metri, in un luogo codificato dall’Unesco (!!).

Immaginate in questo paesaggio quale scempio ambientale e paesaggistico.

Questo paese ha smarrito il senno. www.viadalvento.org (vedi Toscana).


Recentemente ho ripercorso una parte del “gran tour dei boschi gentili”, con la mia Norge 1200: molto moderna, ma sempre “molto Guzzi” (…gran ferro la Norge). E’ sempre bello, nonostante il verminaio di autovelox più o meno nascosti (più o meno legali) pronti a morderti. Chi codifica questa oppressione come “sicurezza-stradale” ha le idee confuse.
Che belli i valici con la Toscana; il “più” di tutti? Non saprei, la correlazione percorsi-paesaggi mi rende impossibile una classifica. Poi, ovunque ti fermi per uno spuntino, puoi mangiare divinamente bene, soprattutto nelle locande dei passi: da sempre tradizionali ritrovi per motociclisti.
Mentre scrivo queste note ricordo il passo della Cisa, fra Parma e La Spezia, perché proprio lì….il destino mi ha ripresentato quel “paracarri” di militaresca memoria. Credo fosse nel giugno del 96, forse era luglio,….faceva molto caldo. Bè, comunque, quel giorno portai un briciolo di giustizia a tante vittime passate sotto alle sue grinfie.
Avevo la California 1100 EV, la più sbragosa delle mie Guzzi, e secondo me della Guzzi in generale. Quella moto mi è rimasta nello spirito….se non si decidono a “rinverdire” come si deve questa “bandiera” di motocicletta vado a Mandello e divento Wyatt Earp all’Ok Corrall! Lo dico e lo faccio!
 

 

 

 

 

la California: uno Stile. Mi è rimasta nello spirito.

 

Febbraio sui monti d’appennino:

moooolto freddo (molto imbottito).

Ah!....”gran ferro” la Norge.

 


LE FACCE DI MUNCH
Arrivo nel tardo pomeriggio sul valico della Cisa dal versante toscano. Uuuuuu…..fa un caldo bestia, ho più sete che fame. Quante moto! E’ sempre piacevole arrivare in moto su un passo appenninico di domenica pomeriggio. E’ l’ultimo giorno: domani si torna a casa. Posteggio la mia California inclinata sul laterale, come solamente “lei” sa stare. Tolgo il casco e mi sistemo un po, mi guardo attorno: decine di moto e il consueto panorama di amici patiti di una medesima “malsana” passione: il “mutòr”. C’è molta gente.
Al solito tante sportive multicolorate e agguerrite, i corrispondenti “bipedi-intutati” girano fra le moto con mezza tuta “rovesciata” all’indietro a busto scoperto, il caldo è prepotente. Sempre mi domando perché indossano tutta quella roba?! Non capirò mai questa mania masochista di soffrire il caldo, rischiare un collasso, per osservare uno “stile” preconfezionato (!). Entro nel bar  e ordino un Tè alla pesca (niente bevande gassate o alcoliche).
Coooooosa vedo….là? Ho conosciuto solamente un testone di “cocomero” come quello, e credo sia un esemplare unico (….lo spero), appena si gira….ti venisse la tosse….l’è lò! (è lui) Poi distinguo meglio: è un super intutato ultra “smanettone” con una super-sportiva ultra-colorata (e che altro poteva essere uno così?). Ho i brividi se penso a come guiderà quel bolide. E’ sempre lui, non è cambiato a parte dieci chili in più. Gesticola come allora, stesse risatacce da bucaniere delle Antille. Non è cambiato proprio come non cambiano i paracarri. Nei “militari” avevo amici che avrei tanto voluto rivedere, bellissime persone, invece girando sù e giù per questo mondo piccolo vado a inciampare….in quello lì! Nel “paracarri”! Da solo deturpa il paesaggio più di una pala eolica.
Quindici anni dopo rivedo le facce di alcuni ragazzi umiliati da lui oltre ogni bassa misura; mi ricordano “il grido” di Munch.
 

“il grido” di Munch


QUELLI COME LUI NON PAGANO MAI (…QUASI)
Non sono un tipo vendicativo e raramente conservo rancore. In fondo non dovrei avercela con lui….col cavolo! Mi lasciò in pace perché gli tirai un “anfibio”! A buona memoria. Ah bè bè…
Certe vocine mi punzecchiano come zecche: “fai pagare il conto a quel bastardone, una volta tanto, vivaddio quelli come lui non pagano mai….se non vuoi farlo per te fallo per noi. Per favore”. Sono le facce di Munch. Mentre bevo il mio Tè ci ragiono un po, penso a tanti ragazzi di 18 anni con la sola colpa di essere più esili di me, umiliati fino a piangere da quello lì, che neppure se ne ricorderà.
Quindici anni dopo rivedo il “nonnismo” da caserma, risento i singhiozzi nei bagni inutilmente “coperti” dai rubinetti aperti.
Eh sì, gli starebbe bene una lezione a quel grosso pezzo di “cioccolata”. L’ha sempre fatta franca, non è giusto. Già….ma cosa posso fare? Vado lì e gli tiro uno stivaletto da moto? Dopo il Tè un caffè ispiratore: un’idea da vendicatore raffinato mi titilla. Sarebbe più facile metterci un: “ma dai….lascia perdere”. Dopo non mi sopporterei, perché certe cose vanno fatte.
Piccolo colpo di fortuna: conosco poco le supersportive ma la sua sì, ne aveva una simile un amico. Quasi tutte le moto hanno quel pulsantino “antifurto” che annulla l’avviamento, su alcuni modelli esclude la batteria, su altre eccita l’avviamento ma ne impedisce la messa in moto: gnignignignigni….a vuoto. Ho visto gente inconsapevole incaponirsi fino a sfiancare la batteria.
Ma sì, gli starebbe bene come un’abito nuovo. Aspetto che lo scimmione si allontani dalla moto, al momento giusto esco dal bar, metto gli occhiali scuri, passo vicino alla sua moto e lascio cadere a terra i guanti, col movimento di raccolta posso camuffare il click sul pulsantino (so qual’è). Un gesto rapido che passa inosservato. Poi mi sistemo all’ombra a debita distanza, aspetto con la pazienza del pescatore che ha gettato la lenza.

….UN SAPORE DOLCE, E NON INGRASSA
Se senti di essere nel giusto la vendetta ha un sapore dolce, e non ingrassa. Aspetto, mi gusto le moto che arrivano e partono, non perdo di vista il “paracarro”: ride e sghignazza con questo e quello, è variopinto, corazzato e ingobbito come il gobbo di Notre Dame, suda come un porco….neppure ha il buonsenso di “stutarsi” come fanno tutti. “L’è propi un paracàr”.
Sono le 17.00. E daiiiiii….dovrai pur tornare alla caverna. Finalmente tira su la cerniera e mette l’integrale, poi i guanti da guerra. Alcuni amici lo seguono, forse sono i nuovi “Gianni e Pinotto” (non mi stupirebbe). Monta in groppa e sistema lo sterzo, armeggia con la chiave fra i manubri, e pigia: gnignignigni….gnignignignigni….gnignignigni….niente. Gnignignigni…gnignigni… a-ri-niente. Ancora. Ancora. Ancora. Toglie il casco, è paonazzo in faccia, anzi viola, sbuffa imbufalito, tira un cazzotto sul serbatoio: “Alùraaaaaa!”: gnignignigni…gnignignigni….Nienteeeeee.
Da fastidio eh? Il mondo è piccolo e rotondo, caro bastardone, può accadere che qualcuno ti presenti un vecchio “conto” da pagare. Forse non è abbastanza, meritavi di peggio, cioè di meglio, ma se quel pulsantino diabolico resta com’è….avrai il tuo avere. E infatti nessuno se ne accorge, perché nessuno ci pensa. Tutta la Cisa motociclante gli è intorno, ognuno dice quale potrebbe essere la causa, mentre “e paracàr” comincia a bestemmiare, tira il casco in terra, sferra pugni sul serbatoio: gnignignigni….daiiiii….troiaaaaaa!!!”. Gnignignigni…..niente. Non-ci-và!
Tutti ridono, scuotono la testa e compatiscono il personaggio. Lui si vergogna come un cane, andrebbe a seppellirsi. Ormai ha sfiancato la batteria…inutilmente. Passa circa mezz’ora, un suo amico (Pinotto?) sfodera il telefonino e chiama il 116. Mi godo il teatrino della Cisa con un pizzico di sadismo, lo ammetto, ma credimi, amico mio: gli sta bene.
 

….quel pulsantino è veramente diabolico: non ci penseresti mai…. 


Squote il capoccione, guarda in terra, ripete come un disco rotto: “mò è sempre andata beeene?! E’ sempre andata beeene?!”. Nessuno prende la via di casa, vogliono vedere come va a finire. E arriva il carro attrezzi, quando il tipo scende gli indicano la moto da caricare. E’ un omino smaliziato da chissà quante situazioni come questa, conosce le moto modello-per-modello meglio dei loro proprietari. La rimira bene dal cupolino alla ruota posteriore in un silenzio di suspance: “Ah! Ma guarda beneeeee….pigia lìììììì!”: gnignignigni….Whiuuuuuuuu!” .
HaHaHaHaHaHaaaaaa…. Una fragorosa risata collettiva riecheggia fra i monti parmensi! Il “paracarro-Fantozzi” andrebbe a nascondersi demolito dalla vergogna e dall’imbarazzo. E’ una “botta” molto peggiore di quell’”anfibio” tanti anni fa, in camerata. Tornerà a casa con le sue ruote, ma il “servizio” lo paga (e costa caro). Manca ancora la ciliegina sulla torta: fargli sapere “perché”. Approfitto della piccola confusione delle moto in partenza e scrivo due righe su un foglietto: “ricordi il 1981? Adesso tocca a te NONNO!”. Ripiego il biglietto in quattro per renderlo difficilmente apribile, metto il casco, poi accendo la California e la lascio pronta sul “laterale” (motore al minimo), mi avvicino a uno dei suoi amici: “questo è per lui”. Poi inforco la “Guzzona” e filo via, non gli do il tempo di chiedere spiegazioni.

Lo dovevo a quei ragazzi, e anche a me stesso. Non mi sarei sopportato se ci avessi messo “una pietra sopra”. Quelli come lui non possono sempre farla franca.


Grazie ancora una volta a Marco Simone per l’ “impaginazione”.


                                               Fabio Baldrati.

                                     Guzzi i i i i Norge 1200  “gran ferro”


 
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Re: un mondo piccolo (e rotondo) (Voto: 1)
di guardo (nazguardigli@yahoo.it) il Domenica, 25 luglio
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Strepitoso Fabio!!!!!!Sai mettere sulla carta le cose che uno pensa e gliele sai mettere bene.Ho vissuto le stesse cose,ma da sottufficiale e io le ho fatte pagare sul posto.certo che dopo tanti anni deve essere stata dura da digerire!!!!!!!


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